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La ricerca ringrazia la Signora Katia


La signora Katia è protagonista, come tante altre donne, di un' esperienza di tumore felicemente risolta. E’ anche protagonista di un lavoro di ricerca  che, grazie alla sua disponibilità e al rapporto di fiducia verso i medici che la tenevano in cura e i ricercatori del nostro Istituto, ha portato ad individuare un gene importante nella biologia dei tumori mammari. Lo studio sui meccanismi di azione del gene e su come identificarlo in fase precoce di tumore potrà essere di aiuto nella ricerca sperimentale e clinica.

Sono lieta  di essere stata utile alle vostre ricerche che permetteranno di aiutare quanti che come me cadono nell’incertezza di non aver più un futuro. Grazie per quello che fate per tutti noi.   Katia
Questo è il messaggio che Katia, tra le tante donne che hanno partecipato allo studio, ha inviato ai ricercatori del laboratorio di Immunologia dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE), quando è stata informata che grazie alla sua disponibilità è stato possibile individuare un proteina (hMena) ed una sua variante presente solo in tumori di origine epiteliale. La risposta immunitaria della paziente ha un ruolo importante durante le varie fasi della crescita neoplastica, infatti molti studi sono focalizzati sulla messa a punto di vaccini antitumorali. 

“Il risultato di questo lavoro – sottolinea la prof.ssa Paola Muti, Direttore Scientifico IRE - e dei numerosi altri lavori che si svolgono in piena sinergia tra ricercatori, oncologi, chirurgi e anatomo patologi è frutto del valore della centralità del paziente, e di come presso il nostro Istituto Regina Elena sia importante coinvolgere il paziente per aiutarci nella ricerca, e fare attività di ricerca, anche con importanti collaborazioni internazionali, a totale beneficio del paziente.”

Cancer Research ha pubblicato il 15 marzo i risultati dello studio svolto con il contributo dell'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC).
Di recente la Lega Italiana per la Lotta ai Tumori (LILT) ha stanziato 70 mila euro per la continuità del lavoro sulla proteina hMena.

Di seguito, l’esperienza della  signora Katia come ci ha raccontato in una chiacchierata con i ricercatori clinici e sperimentali che hanno contribuito al gruppo di ricerca che ha portato all’identificazione del gene hMena.

Domanda
Signora, quando le è stato chiesto di partecipare a questo studio, era nella fase iniziale della malattia?

SIGNORA KATIA
Ero già stata operata, ero andata all’Istituto Regina Elena a fare un controllo. Ho incontrato il Dr. Botti che mi teneva già in cura e lui mi ha chiesto se volevo partecipare a questo studio ed ho accettato.

D. E che impressioni ha avuto? Ha pensato che poteva essere una cosa utile per Lei per gli altri?

SIGNORA KATIA
In quel momento non ho pensato a nulla. Era una cosa che volevo fare, mi sentivo di farla tranquillamente. Anche se non fosse stato il Dr. Botti e qualcun altro fosse venuto a chiedermelo io avrei detto si.   Io non ho mai accettato questo tumore e l’ho vissuto come se non fosse successo a me stessa ma ad un'altra persona, per cui qualsiasi cosa mi avessero chiesto per aiutare un’altra persona lo avrei fatto solo per quello.

D. Questo studio ha portato ottimi risultati sperimentali e clinici.

Dott. Claudio BOTTI
Questa identificazione ha la sua importanza fondamentale, ma qui quello che vorrei far risaltare è in realtà l’entusiasmo mostrato nella partecipazione, forse perché vedeva un gruppo di persone molto motivate e un legame con noi mai finito. Noi osiamo  dire “qui la casa è sempre aperta”, siamo sempre a vostra disposizione per chiarimenti, precisazioni, sostegno.

SIGNORA KATIA
Esatto, è proprio così.

Dott. Claudio BOTTI
Non si è mai soli nel percorso della diagnosi, terapia e riabilitazione. Abbiamo sempre avuto un rapporto basato sulla verità, noi trasmettevamo a loro quelle che erano le nostre conoscenze e i nostri limiti sapendo quello che doveva essere costruito per il  futuro. 

D. Voi eravate già sulle tracce di questo gene hMena?

I Ricercatori sperimentali
Non eravamo sulle tracce di hMena, eravamo sulle tracce di quelli che si definiscono gli antigeni, quelle proteine che possono servire per  sviluppare potenziali vaccini. L’idea di noi immunologi era quella di costrurire vaccini antitumorali e a quel tempo come oggi, d’altra parte noi studiavamo le caratteristiche del tumore e di tutti i linfociti che lo infiltravano.  Eravamo convinti che guardando al sistema immunitario delle pazienti avremmo potuto capire se la paziente era in grado o meno di  controllare la crescita neoplastica. Avevamo scelto il tessuto della signora insieme a quello di altre due pazienti perché era quello che aveva all’interno del tumore un numerose cellule linfocitarie. I linfociti non è detto che siano esclusivamente protettivi, ora si sa che in alcuni casi possono anche non esserlo. Guardando al tumore della Signora Katia i linfociti erano chiaramente all’interno del tumore e questo per noi aveva un forte significato funzionale.  In realtà noi stavamo cercando degli antigeni che potessero servire per creare dei vaccini nel carcinoma della mammella. In quel momento negli Stati Uniti e in tutto il mondo era partito un grosso network e i ricercatori del Ludwig Cancer Institute avevano messo a punto una metodica per cui partendo dagli anticorpi della paziente e dall’RNA estratto dal tessuto tumorale si riuscivano ad identificare delle proteine. Dal tumore della signora noi abbiamo identificato un pezzettino del gene hMena, ma grazie alla bioinformatica noi sappiamo che un pezzettino di un gene corrisponde in realtà ad un gene reale che però nell’uomo non era stato ancora identificato. Allora nel nostro Laboratorio mediante una analisi di bioinformatica abbiamo identificato prima  una sequenza, quella in silico cioè quella che ottenevamo dall’analisi bioinformatica e da lì abbiamo iniziato a lavorare per produrre anticorpi e nel secondo lavoro pubblicato nel 2006 abbiamo dimostrato che questa proteina che avevamo identificato dalla signora veniva espressa nelle lesioni della mammella soltanto in quelle ad alto rischio di trasformazione neoplastica. Tutti questi dati andranno validati su una più ampia casistica.

Abbiamo quindi isolato in laboratorio da delle linee cellulari la sequenza completa di hMena e poi siamo riusciti a trovare una variante della proteina, ormai è noto che il tumore durante le varie fasi produce delle varianti proteiche con diverse funzioni, che rendono ovviamente più complessa la biologia del tumore. La variante proteica che noi abbiamo appena pubblicato su Cancer Research è una variante che in seguito al trattamento con un fattore quale l’EGF, viene iperespressa e modificata chimicamente (fosforilata) determinando un aumento della proliferazione delle cellule tumorali.

D. Che effetto Le fa signora Katia sapere questo? ( La signora ascoltava stupita quanto spiegavano i ricercatori...)
SIGNORA KATIA
Sono frastornata, non immaginavo ...,comunque se serve chiedetemi tutto. 
Andrò in pensione a breve e, se posso essere utile, voglio collaborare con voi.
E' molto importante quello che fate per tutti noi!!

 




Ultimo aggiornamento: 20/03/2007
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