La pelle parla. La ricerca risponde.

Sarah Mosca si laurea a Roma, poi consegue con lode la laurea magistrale in Biotecnologie Mediche Molecolari a Trieste. Va a Southampton, in un centro di ricerca biotecnologica e genetica, dove studia i meccanismi dello sviluppo cerebrale. Un anno in Inghilterra, tra esperimenti e una lingua straniera da padroneggiare.

Sarah Mosca
Sarah Mosca, ricercatrice, Laboratorio di Fisiopatologia Cutanea & Centro Integrato di Ricerca Metabolomica

Poi torna in Italia e succede qualcosa di inaspettato. Per un anno insegna in una scuola secondaria. Un'esperienza che sembra una parentesi, e invece è una conferma. Stare di fronte a ragazzi che chiedono, che vogliono capire, che cercano risposte, le restituisce qualcosa: il senso diretto dell'impatto. La certezza che lavorare per gli altri non è un'astrazione.

Torna in laboratorio, questa volta al San Gallicano.

Oggi Sarah è ricercatrice nel Laboratorio di Fisiopatologia Cutanea. Studia le malattie infiammatorie della pelle, dermatite atopica, psoriasi, melanoma, usando modelli tridimensionali di cute umana costruiti in laboratorio, capaci di riprodurre le caratteristiche delle patologie per studiarne i meccanismi e testare nuove terapie.

“Mi appassionano le malattie infiammatorie della pelle perché non colpiscono solo il corpo, ma anche il modo in cui una persona vive sé stessa e si relaziona con gli altri.”

Un giorno, a un congresso, ascolta la storia di una giovane paziente con dermatite atopica severa. Il prurito incessante che le impediva di dormire la notte. La stanchezza che si portava dietro ogni giorno. Le lesioni cutanee che la facevano sentire a disagio, evitava di scoprire la pelle, aveva paura degli sguardi, del pregiudizio di chi pensava, erroneamente, che fosse contagiosa. La malattia non stava colpendo solo la pelle, ma la sua serenità, le relazioni, la fiducia in sé stessa.

Quella ragazza ha poi avuto accesso a un farmaco biologico, un anticorpo monoclonale capace di bloccare le molecole che alimentano l'infiammazione. Non una cura definitiva, ma una svolta concreta: il prurito si era ridotto, il sonno era migliorato, la vita quotidiana era diventata più gestibile.

È esattamente su questi meccanismi che lavora Sarah ogni giorno, per capire cosa scatena l'infiammazione e dove si può intervenire. Perché prima si capisce la malattia, più si affina la terapia.

“Dietro ogni campione, ogni dato e ogni esperimento non vedo solo cellule, ma persone che aspettano una risposta.”

Ci sono esperimenti che non funzionano, mesi di lavoro che sembrano non portare da nessuna parte. Ma poi arriva un risultato, anche piccolo, che riaccende tutto. Ed è in quei momenti che Sarah ripensa a quella ragazza.

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