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FAQ settimana salute della donna

In occasione della Settimana della Salute della Donna, gli specialisti IFO mettono a disposizione competenze ed esperienza per rispondere alle domande più comuni su prevenzione, diagnosi e terapie oncologiche.

Questa sezione FAQ nasce per accompagnare le donne — e chi sta loro accanto — con spiegazioni semplici, aggiornate e orientate alla persona, lungo tutto il percorso di cura.

Tumori eredo-familiari di ovaio ed endometrio
Neurotossicità da chemioterapia e terapie ormonali
Chirurgia senologica
Riabilitazione dopo intervento al seno o ginecologico
Tiroide e tumori tiroidei
Chirurgia tumori della pelle

Tumori eredo-familiari di ovaio ed endometrio

Domande frequenti su diagnosi, terapie personalizzate e prevenzione

Risposte a cura di Antonella Savarese, Oncologia Medica 1

Perché si parla di terapie personalizzate nelle neoplasie ginecologiche?

Ogni tumore è diverso: per questo oggi le cure sono sempre più su misura. Su ogni paziente viene eseguita un'analisi approfondita dei fattori biologici e molecolari che, insieme al tipo di istologia e all'estensione della malattia, permettono di individuare i bersagli molecolari del tumore e scegliere il trattamento più efficace.

Questo approccio consente di ridurre il rischio di ricaduta e di ottenere risultati più duraturi nel tempo. Un aspetto fondamentale riguarda il riconoscimento delle pazienti portatrici di mutazioni ereditarie — come la mutazione BRCA nel tumore dell'ovaio o la Sindrome di Lynch nell'endometrio — che permette di identificare le famiglie con maggior rischio e avviare percorsi di prevenzione mirati.

Il trattamento di queste malattie è un lavoro di squadra: chirurghi, oncologi medici, anatomopatologi, biologi molecolari, radiologi e radioterapisti collaborano per offrire la cura migliore a ciascuna paziente.

Nel tumore dell'endometrio come sono cambiate le terapie con l'immunoterapia?

L'immunoterapia ha cambiato profondamente il trattamento del tumore dell'endometrio (TE). Molti tumori dell'endometrio hanno le caratteristiche biologiche di un tumore "caldo", cioè riconoscibile e aggredibile dal sistema immunitario.

Aggiungere l'immunoterapia alla chemioterapia convenzionale ha aumentato significativamente la sopravvivenza di tutte le pazienti, in particolare di quelle con deficit dei meccanismi di riparazione del DNA. In alcuni casi avanzati, l'immunoterapia si è dimostrata efficace anche da sola, senza chemioterapici, e può essere associata ad altri farmaci a bersaglio molecolare.

Oggi, nel percorso di cura del tumore dell'endometrio, l'immunoterapia — da sola o in associazione — è sempre un'opzione da valutare. È compito del team medico individuare il momento migliore per offrire il massimo beneficio, in un approccio sempre più orientato a ridurre il ricorso alla chemioterapia standard.

Quali sono i nuovi trattamenti per il tumore dell'ovaio?

Negli ultimi anni la cura del tumore ovarico ha fatto grandi progressi. Dopo la chirurgia e la chemioterapia, sono disponibili farmaci di mantenimento — i PARP inibitori — che agiscono su bersagli molecolari precisi e hanno dimostrato di prolungare anche di anni il tempo alla ricaduta. La loro efficacia è massima nelle pazienti con mutazioni BRCA, ma si sta estendendo ad altri profili biologici.

Per i casi di ricaduta poco sensibili ai trattamenti convenzionali, una nuova classe di farmaci sta cambiando le prospettive: gli ADC (anticorpi farmaco-coniugati). Funzionano come "droni molecolari": si legano a proteine specifiche sulla superficie delle cellule tumorali e rilasciano il chemioterapico direttamente all'interno. Un approccio mirato che in molti casi permette di ridurre o evitare la chemioterapia tradizionale.

Come si prevengono i tumori ginecologici?

La prevenzione passa da una maggiore attenzione ai segnali del corpo e dall'accesso a strumenti concreti. Questi tumori hanno spesso una sintomatologia inizialmente subdola: è importante non sottovalutare mai:

  • un sanguinamento vaginale anomalo
  • la comparsa di dolori o fastidi addominali o pelvici
  • stipsi persistente o insolita

In presenza di questi sintomi, è opportuno rivolgersi a un ginecologo esperto che eseguirà visita ed ecografia pelvica.

Per il tumore del collo dell'utero, la vaccinazione contro il Papillomavirus (HPV) rappresenta una protezione concreta ed efficace: è fondamentale garantirla ai ragazzi e alle ragazze nell'età raccomandata. Nelle donne con predisposizione ereditaria al tumore dell'ovaio e dell'endometrio, la chirurgia profilattica — eseguita al momento opportuno — può ridurre in modo significativo il rischio di sviluppare la malattia.

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FAQ ovaie
FAQ chemioterapia

Neurotossicità da chemioterapia e terapie ormonali

Domande frequenti su neuropatia e disturbi cognitivi correlati alle terapie oncologiche

Risposte a cura di Laura Tufano e Antonio Tanzilli, Neuroncologia

Cos'è la neuropatia? È normale che i sintomi compaiano dopo la fine della chemioterapia?

La neuropatia è un danno ai nervi periferici — le strutture che trasmettono gli stimoli sensitivi e motori. Alcuni farmaci chemioterapici, monoclonali o ormonali possono danneggiare i nervi, causando formicolii, scosse elettriche, ridotta sensibilità, difficoltà motorie o di deambulazione. I sintomi coinvolgono tipicamente mani e piedi (polineuropatia). Alcuni farmaci ormonali usati nel tumore al seno possono invece causare la sindrome del tunnel carpale, con dolore e disturbi sensitivi alle mani.

Di solito questi disturbi compaiono durante la terapia, ma in alcuni casi — soprattutto con chemioterapici a base di platino — possono manifestarsi o aggravarsi dopo la sospensione del trattamento. Non è quindi anomalo.

Per valutare il tipo e la gravità del danno neurologico, è utile eseguire un'elettroneurografia (ENG): un esame non invasivo che studia il funzionamento dei nervi tramite piccole scosse elettriche e elettrodi adesivi. Se necessario, può essere integrata dall'elettromiografia (EMG), più invasiva, che analizza l'attività muscolare.

Esistono terapie per la neuropatia? Tornerò come prima?

La gestione della neuropatia si articola su più livelli. Il primo passo è la rivalutazione della terapia oncologica: in base alla gravità dei sintomi, il medico può valutare se ridurre o sospendere il farmaco responsabile. In parallelo, esistono farmaci efficaci per il controllo dei sintomi sensitivi e integratori a base di sostanze neurotrofiche e neuroprotettive.

È importante anche mantenere sotto controllo eventuali condizioni che possono ostacolare il recupero, come il diabete o le carenze vitaminiche.

Non sempre si torna esattamente come prima: la neuropatia è spesso una condizione cronica, con un miglioramento individuale e graduale. I sintomi tendono ad attenuarsi nel tempo e possono essere gestiti efficacemente con la terapia sintomatica.

Dimentico le cose, faccio fatica a fare più cose insieme e a trovare le parole: dipende dalle terapie?

Molto probabilmente sì. Questi sintomi rientrano in quello che viene chiamato cancer-related cognitive impairment (CRCI), un insieme di difficoltà cognitive che può comparire nelle pazienti oncologiche — soprattutto dopo chemioterapia, terapia ormonale, terapia con anticorpi o immunoterapia. I disturbi più frequenti includono:

  • lentezza nell'elaborazione delle informazioni
  • difficoltà di pianificazione e multitasking
  • fatica a trovare le parole o a formare pensieri chiari
  • deficit di memoria e sensazione di confusione

Il CRCI può interessare fino al 75% delle pazienti e ha un impatto significativo sulla qualità della vita. La tendenza è alla remissione, ma l'evoluzione è molto variabile: in alcuni casi i sintomi si riducono notevolmente, in altri possono persistere a lungo.

Come si inquadrano questi disturbi cognitivi?

Per le pazienti con difficoltà cognitive persistenti o che impattano sulla qualità della vita, il percorso raccomandato è la valutazione neuropsicologica. Prevede la somministrazione di test standardizzati e questionari di autovalutazione (PROMs) che aiutano a misurare l'entità del deficit.

È importante sapere che non sempre i risultati ai test corrispondono a ciò che la paziente percepisce soggettivamente: i disturbi sono spesso influenzati da fattori psicologici come ansia e depressione, dalla fatigue o da problemi del sonno. Ad esempio, pur lamentando difficoltà cognitive circa il 50% delle pazienti con tumore al seno dopo chemioterapia, solo il 15-25% mostra deficit misurabili ai test neuropsicologici.

Cosa si può fare per contrastare i disturbi cognitivi legati alle terapie oncologiche?

Ad oggi non esistono farmaci approvati specificamente per il CRCI, ma le strategie più promettenti sono la riabilitazione cognitiva e l'attività fisica.

La riabilitazione cognitiva lavora sia sul potenziamento delle funzioni deficitarie sia sulle strategie compensative: tecniche di memorizzazione, pianificazione, routine consolidate, uso di strumenti tecnologici per promemoria e appunti.

L'attività fisica ha mostrato una correlazione positiva con il mantenimento e il miglioramento delle funzioni cognitive: nelle donne con tumore al seno sottoposte a chemioterapia, l'esercizio fisico ha influito positivamente in particolare sulla memoria. Anche yoga, meditazione, tecniche di rilassamento e mindfulness si sono dimostrati efficaci nel ridurre gli effetti del CRCI.

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Chirurgia senologica

Domande frequenti su tecniche chirurgiche, ricostruzione, recupero e complicanze

Risposte a cura degli specialisti della Chirurgia Senologica

Nel vostro istituto eseguite interventi di mastectomia con la nuova tecnica mini-invasiva?

Risponde Sonia Cappelli

Sì. Nel nostro istituto eseguiamo mastectomie con tecnica mini-invasiva endoscopica, attraverso una piccola incisione non visibile. È una metodica che pratichiamo di routine, ma in casi selezionati: la sua applicazione dipende dalle caratteristiche della malattia e della paziente, e viene proposta solo quando è possibile garantire la sicurezza oncologica. Rispetto alla chirurgia tradizionale, questo approccio offre alta precisione, meno dolore post-operatorio e una ripresa più rapida.

Ci sono opzioni di ricostruzione dopo l'intervento? Viene eseguita nello stesso momento?

Risponde Flavia Cavicchi

La ricostruzione mammaria è parte integrante del percorso di cura e mira a consentire alle pazienti un ritorno alla vita quotidiana il più possibile simile a quella precedente. La scelta della tecnica è personalizzata e tiene conto delle condizioni cliniche, delle eventuali terapie oncologiche necessarie dopo l'intervento e dello stile di vita della paziente.

Nel nostro istituto la ricostruzione è di norma contestuale alla mastectomia. Le opzioni disponibili includono protesi temporanee o espansori, protesi definitive oppure l'utilizzo dei tessuti della paziente stessa tramite intervento microchirurgico — come ad esempio il DIEP (lembo di perforanti dell'arteria epigastrica profonda).

Come sarà il post-operatorio? Potrò continuare a lavorare?

Risponde Fabio Pelle

Nella quasi totalità dei casi le pazienti sottoposte a chirurgia mammaria con ricostruzione possono riprendere il lavoro, ma i tempi variano in base a diversi fattori: il tipo di intervento, le eventuali terapie oncologiche, il tipo di attività lavorativa e l'andamento della guarigione.

In linea generale, il recupero è progressivo:

  • Attività leggere già dopo 48–72 ore dall'intervento
  • Ripresa delle attività quotidiane entro 2–4 settimane
  • Rientro al lavoro sedentario (ufficio): in genere tra 2 e 4 settimane
  • Rientro al lavoro fisico o manuale: anche 6–12 settimane o più

Il tipo di ricostruzione influisce sui tempi: con protesi il recupero è generalmente più rapido, con l'utilizzo di tessuti autologhi (lembo) i tempi si allungano. Anche chemioterapia o radioterapia associate possono ritardare il rientro, così come eventuali complicanze come infezioni, dolore persistente o linfedema.

Se vengono rimossi i linfonodi ascellari, c'è il rischio che il braccio si gonfi?

Risponde Ilaria Puccica

Può succedere, ma non è la regola. Grazie all'efficacia crescente delle terapie sistemiche, gli interventi sui linfonodi del cavo ascellare sono oggi sempre più conservativi nelle pazienti selezionate. Questo approccio ha ridotto significativamente i casi di linfedema del braccio, garantendo al tempo stesso un controllo oncologico locale ottimale della malattia.

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FAQ riabilitazione

Riabilitazione dopo intervento al seno o ginecologico

Domande frequenti su movimenti, linfedema e recupero fisico dopo la chirurgia

Risposte a cura di Margaux Lamaro e Elvira Alfieri, fisioterapiste Neuroncologia

Quali movimenti posso fare dopo un intervento al seno o ginecologico?

Dipende dal tipo di intervento. In generale:

  • Dopo una quadrantectomia (intervento meno invasivo) è possibile iniziare quasi subito con movimenti semplici.
  • Dopo una mastectomia il recupero è più graduale: gli esercizi sono specifici e spesso è indicato il supporto di un fisioterapista.
  • Dopo interventi ginecologici (isterectomia, annessectomia) è importante ricominciare presto a muovere le gambe e riprendere il cammino, con calma e senza forzare.

Se durante l'intervento sono stati rimossi dei linfonodi, il rischio di gonfiore (linfedema) aumenta: è fondamentale seguire le indicazioni dei professionisti. Una valutazione fisioterapica precoce è sempre consigliata, sia per ricevere indicazioni da seguire a casa sia per avviare un percorso riabilitativo se necessario.

Quali movimenti devo evitare e per quanto tempo?

Nelle prime fasi del recupero è importante evitare sforzi eccessivi:

  • Non sollevare pesi o svolgere attività faticose e prolungate.
  • Dopo un intervento al seno: evitare movimenti bruschi del braccio e non alzarlo troppo sopra la testa, soprattutto all'inizio.
  • Dopo un intervento ginecologico: evitare di "spingere" con l'addome (come avviene durante sforzi intensi o quando si trattiene il respiro) e qualsiasi attività che eserciti pressione sulla zona operata.

Ogni recupero è personale: i tempi dipendono dal tipo di intervento e dall'andamento della guarigione. È essenziale seguire le indicazioni del chirurgo e del team che segue la paziente.

Faccio fatica a guardare o toccare la zona del seno operato: è normale?

Sì, è una reazione molto comune, soprattutto nelle prime settimane. Ognuna ha i propri tempi ed è importante rispettarli senza forzarsi.

Un fisioterapista specializzato può accompagnare gradualmente nel riprendere confidenza con il proprio corpo, attraverso esercizi dolci, tecniche di respirazione e, quando possibile, lavoro sulla cicatrice e sul movimento. Se il disagio è importante e persistente, può essere utile anche un supporto psicologico.

Ho un bambino piccolo: quali precauzioni devo prendere dopo un intervento al seno?

La zona operata va protetta, soprattutto nelle prime settimane. Alcune indicazioni pratiche:

  • Chiedere aiuto a familiari o persone di fiducia per la gestione del bambino.
  • Organizzare gli spazi per ridurre gli sforzi: fasciatoi ad altezza comoda, scalette per aiutare il bambino a salire su divano o letto in autonomia.
  • Evitare di sollevare il bambino in modo improvviso o con movimenti bruschi.
  • Limitare gli sforzi con il braccio e il torace per non affaticare la zona operata.

L'obiettivo è proteggere il seno e il braccio operati, potendo comunque essere presenti nella cura del proprio bambino.

Il linfedema è inevitabile? Come si cura e quanto tempo ci vuole per migliorare?

No, il linfedema non è una conseguenza inevitabile dell'intervento. Può comparire in alcuni casi, anche a distanza di tempo, ma il rischio varia da persona a persona.

Per prevenirlo o tenerlo sotto controllo è utile adottare alcune attenzioni quotidiane:

  • Prendersi cura della pelle della zona interessata
  • Evitare prelievi e misurazione della pressione sull'arto operato, quando possibile
  • Indossare abiti comodi, non costrittivi
  • Evitare fonti di calore intenso (saune, esposizioni prolungate al sole/caldo)
  • Proteggere la pelle da punture di insetti, graffi o piccole ferite

Il trattamento principale è la Terapia Decongestiva Complessa (CDT), una fisioterapia specifica che può includere linfodrenaggio manuale, bendaggi o tutori elastocompressivi (anche su misura) ed esercizi mirati. La partecipazione attiva della paziente è fondamentale per ottenere buoni risultati.

I tempi di miglioramento dipendono dal tipo di intervento, da quanto tempo è presente il gonfiore, dalle caratteristiche individuali e dalla costanza nel seguire il trattamento. In molti casi i miglioramenti si osservano già nelle prime settimane, ma è importante continuare con le indicazioni ricevute per mantenerli nel tempo.

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Tiroide e tumori tiroidei

Domande frequenti su funzione tiroidea, noduli, diagnosi e trattamento del carcinoma

Risposte a cura degli specialisti dell'Endocrinologia Oncologica

Quanto è importante il buon funzionamento della tiroide per la nostra salute?

La tiroide è un organo piccolo ma centrale per il benessere dell'intero organismo. Attraverso la produzione di due ormoni — la tiroxina (T4) e la triiodotironina (T3) — regola i processi metabolici e il consumo di energia. I suoi ormoni influenzano il funzionamento di molti altri organi: alterazioni della tiroide possono ripercuotersi sulla salute in modo trasversale.

Ad esempio, l'ipertiroidismo (eccesso di ormoni tiroidei) può provocare alterazioni del ritmo cardiaco, come la fibrillazione atriale, talvolta gravi. La regolarità del ciclo mestruale e la fertilità sono condizionate dagli ormoni tiroidei, così come l'umore: la depressione può essere correlata all'ipotiroidismo, l'ansia all'ipertiroidismo.

Il dosaggio degli ormoni tiroidei può essere spia di un carcinoma? Esistono esami di screening?

Gli esami di base per valutare la funzione tiroidea sono TSH, FT3 e FT4, ma nella grande maggioranza dei carcinomi tiroidei risultano nella norma. Non esistono quindi marcatori ematici affidabili per lo screening, ad eccezione della calcitonina, specifica per il carcinoma midollare.

Lo screening ecografico della tiroide non è raccomandato per la popolazione generale, ma solo per alcune categorie a rischio — in particolare le persone che hanno ricevuto irradiazione nella regione del collo.

La maggior parte dei carcinomi tiroidei non è ereditaria. Fa eccezione il carcinoma midollare, per il quale esiste una componente familiare: in questi casi può essere indicata un'indagine genetica specifica.

Quali accertamenti sono necessari dopo il riscontro di un nodulo tiroideo?

Non tutti i noduli tiroidei richiedono approfondimenti invasivi. Esistono criteri ecografici ben definiti che permettono di identificare i noduli con caratteristiche sospette: solo in presenza di tali criteri è indicato eseguire un agoaspirato tiroideo.

L'agoaspirato è l'esame più accurato per la diagnosi di carcinoma tiroideo. Si esegue in ambulatorio, inserendo un ago sottile all'interno del nodulo sotto guida ecografica. È una procedura di routine, priva di controindicazioni rilevanti e senza effetti collaterali significativi.

Si guarisce dal carcinoma alla tiroide? Come si cura?

Nella maggior parte dei casi sì: il carcinoma tiroideo ha una prognosi favorevole, soprattutto se diagnosticato precocemente. La chirurgia è il trattamento principale. In genere viene rimossa l'intera ghiandola tiroidea (tiroidectomia totale), talvolta insieme ai linfonodi della regione centrale del collo.

Per i carcinomi differenziati di piccole dimensioni è possibile un approccio conservativo — la lobectomia, cioè la rimozione del solo lobo coinvolto — riducendo così i rischi operatori e la necessità di terapia ormonale sostitutiva dopo l'intervento.

La rimozione dei linfonodi laterali del collo viene effettuata solo in presenza di metastasi linfonodali accertate. Dopo l'intervento, sulla base della stadiazione e del rischio di recidiva, nei casi selezionati può essere indicata la terapia con iodio radioattivo. Le forme avanzate o metastatiche, più rare, richiedono un approccio multidisciplinare che può includere radioterapia o farmaci antitumorali, con modalità valutate caso per caso.

Esistono comportamenti preventivi per ridurre il rischio di noduli tiroidei o di carcinoma?

Sì. Tra i fattori di rischio per i tumori papilliferi e follicolari della tiroide c'è la carenza di iodio, che favorisce la formazione del gozzo — un ingrossamento della tiroide spesso caratterizzato da noduli benigni, che in alcuni casi può predisporre alla trasformazione maligna.

Quando l'apporto di iodio è insufficiente, la tiroide fatica a produrre ormoni in quantità adeguata: come meccanismo di compenso, aumentano i livelli di TSH, che stimola la crescita della ghiandola e può favorire la comparsa di noduli. La strategia più efficace per contrastare la carenza iodica è l'utilizzo di sale alimentare iodato, il cui impiego è raccomandato nella popolazione generale.

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FAQ tiroide

Chirurgia tumori della pelle

A cura degli specialisti della Chirurgia Plastica ad indirizzo dermatologico ISG

Dopo l'intervento chirurgico, potrò prendere il sole?

Sì, ma con molta moderazione e attenzione. È fondamentale proteggere la cicatrice con una crema solare ad alta protezione. Esporre la cicatrice al sole senza protezione rischia di causare iperpigmentazione: la zona potrebbe scurirsi e rimanere tale per diversi mesi. Per schiarirla sarà necessario ricorrere a creme depigmentanti o, nei casi più persistenti, a trattamenti laser.

Si vedrà molto la cicatrice dopo l'intervento?

Poiché l'intervento è finalizzato all'asportazione di un tumore, la ricostruzione viene eseguita con un approccio estetico, con l'obiettivo di ripristinare forma e funzione delle aree trattate -incluse zone delicate come palpebre, naso, bocca e orecchio. In ogni caso, è necessario attendere almeno un anno prima di valutare l'eventuale necessità di un ritocco della cicatrice.

Potrò fare attività sportiva dopo l'intervento?

Dopo l'intervento è necessario un periodo di riposo. L'attività fisica intensa è sconsigliata per circa un mese. Sono invece consentite sin da subito attività leggere come passeggiate o movimenti a basso sforzo.

Quanto durerà l'intervento chirurgico?

La durata dipende dalla complessità dell'asportazione e dall'eventuale ricostruzione necessaria. Gli interventi che coinvolgono zone delicate come palpebre, naso, bocca o orecchio richiedono generalmente più tempo rispetto ad asportazioni in aree come il dorso o l'addome.

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